L’economia veneta si aiuta così, paralizzando la giustizia

Immaginate un enorme imbuto: dal prossimo settembre tutte le cause riguardanti le imprese venete, invece di essere trattate dai vari tribunali della regione, improvvisamente arriveranno tutte al Palazzo di giustizia di Venezia che, invece di trattare 200 procedimenti all’anno se ne troverà un migliaio tra capo e collo. Voi direte: aumenterà il numero di magistrati e cancellieri per far fronte al nuovo carico di lavoro. Neppure per sogno! Risultato prevedibile? Processi ancora più lenti, sia per le imprese che per i normali cittadini.

Sarà questo il prevedibile effetto della novità introdotta in pompa magna dal Governo Monti. Il Tribunale delle imprese, sbandierato come la soluzione di tutti i problemi dell’economia (come se gli investitori stranieri fossero preoccupati della lunghezza delle cause e non della malavita organizzata, delle mafie imperanti ovunque che impongono il pizzo, nonché della burocrazia che rallenta ogni cosa, impedisce di avere permessi e autorizzazioni e apre la strada a richieste di mazzette per far andare avanti le pratiche…) rischia di impantanarsi ancora prima di partire. Non lo dico io. L’allarme è stato lanciato dal presidente del Tribunale di Venezia, Arturo Toppan che ha scritto al ministero della Giustizia per chiedere rinforzi (finora senza alcun effetto) e al Csm per reclamare la copertura dei troppi posti vacanti. La giustizia in laguna rischia la paralisi. Già manca oltre il 30 per cento dei cancellieri; già mancano 6 giudici e 3 presidenti di sezione. Ad aggravare il quadro già piuttosto desolante, ecco la nuova sezione specializzata che trasferisce a Venezia la competenza per tutto il contenzioso delle imprese della regione. Senza un solo strumento o giudice, o cancelliere in più. “Siamo seriamente preoccupati – ha dichiarato il presidente dell’Ordine degli avvocati di Venezia, Daniele Grasso – L’economia ha bisogno di una giustizia efficiente”. “Le riforme non si possono fare a costo zero – ha denunciato il rappresentante dell’Organismo unitario dell’avvocatura, Fabio Sportelli – E’ come fare le nozze con i fichi secchi!” Più chiaro di così…

Alla fine, però, la politica non avrà il coraggio di spiegare ai cittadini che la giustizia finirà per funzionare ancora peggio a causa di scelte poco lungimiranti: si scaricherà la responsabilità su magistrati e cancellieri. Uno sport ormai in voga da anni. Intendiamoci: le toghe non sono esenti da colpe. Un esempio banale? Talvolta basterebbe poco per essere più educati con i testimoni chiamati ad aspettare ore prima di deporre. Oppure per sforzarsi di non fissare decine di udienze alla stessa ora, con il risultato di costringere tutti ad attese estenuanti, quando con un po’ di organizzazione si potrebbe offrire un’immagine migliore dei tribunali. Ma se la giustizia funziona poco e male, la colpa principale è di chi ha messo in piedi un sistema talmente zeppo di formalismi inutili che, invece di dare garanzie ai cittadini, hanno l’effetto di non riuscire a garantire nulla a nessuno; la colpa è di una litigiosità in continua crescita che porta a rivolgersi ai giudici per qualsiasi cosa, anche la più banale; della tendenza a voler trasferire alla giustizia penale la risoluzione di ogni problematica. Invece di depenalizzare, di semplificare e snellire le cause civii, di lasciare ai giudici la competenza soltanto delle materie di maggior rilievo, il legislatore sembra divertirsi a complicare tutto sempre di più. E il Tribunale delle imprese sembra andare in questa direzione, purtroppo. Pensate che è allo studio perfino un progetto per centralizzare a livello di tribunale distrettuale anche le competenze in materia di famiglia di tutto il Veneto. Come dire che una coppia di Piave di Cadore che intenda separarsi, rischia in futuro di doversi presentare davanti ad un giudice a Venezia… Speriamo ci risparmino almeno questo. E che, per far funzionare la giustizia, lo Stato si decida una volta per tutte a fornire innanzitutto i mezzi (iniziando da quelli informatici) e gli uomini. Ma non c’è da farsi troppe speranze.

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