Dal carcere di Padova un esempio che fa riflettere

“Se la società perde qualcuno è la società che perde e quindi non dobbiamo perdere nessuno”.

La lezione di Nelson Mandela ha fatto da filo conduttore, venerdì 18 maggio, alla giornata nazionale di studi organizzata da Ristretti Orizzonti all’interno del carcere Due Palazzi di Padova per discutere su “Il senso della rieducazione in un Paese poco educato”. Un appuntamento di grande interesse: un esempio di come i temi relativi ai reati, alla pena, al carcere, possono essere affrontati in maniera completa e seria, invitando ad una riflessione, ad un dibattito più ampio e approfondito di quello a cui quotidianamente siamo abituati.

Perché parlare di rieducazione dei detenuti? Perché così prevede la Costituzione: la pena non è vendetta. E’ in parte punizione, ma dovrebbe essere anche un’occasione di recupero. perché quando si offre una possibilità di recupero a chi ha sbagliato vi è una concreta speranza che quella persona non tornerà a deliqnuere quando uscirà dal carcere. Lo dicono con chiarezza le statistiche del ministero della Giustizia. E lo fanno capire con altrettanta chiarezza le parole dei detenuti che, nel corso della giornata di studio, hanno raccontato le loro storie davanti a centinaia di persone – molti giovani e studenti – ammettendo gli errori e illustrando il percorso che, iniziato in carcere, li sta cambiando; li ha cambiati. Un percorso fatto di studio, di lavoro, di impegno. Come quello vissoto da Elton, un ragazzo albanese che, dopo aver scontato a Padova una pena di 15 anni per sequestro di persona a scopo di estorsione (lungo periodo di detenzione nel corso della quale è riuscito anche a laurearsi), ha deciso di restare al Due Palazzi come volontario. Ogni giorno entra nuovamente dietro le sbarre, questa volta da uomo libero, per continuare il suo percorso aiutando gli altri detenuti: quelli con cui ha condiviso la cella fino a pochi mesi fa e i nuovi entrati.

Numerosi qualificati relatori che hanno parlato di come in Italia non solo i detenuti avrebbero necessità di ri-educazione. Si è discusso della necessità di responsabilizzare i detenuti per offrire loro una reale possibilità di riuscire a reinserirsi nella società: oggi invece, il carcere impone un ritorno forzato all’infanzia: de-responsabilizza; obbliga il detenuto a non far nulla a dipendere sempre da qualcun altro. Si è parlato dell'”educazione ai sentimenti” per consentire ai detenuti di percepire fino in fondo il dolore provocato alle vittime del reato, ma anche alla propria famiglia. Non è mancato un richiamo all’informazione, che non sempre aiuta a capire, a farsi un’opinione completa, in quanto spesso abitua i cittadini ad identificarsi solo con le vittime, con una semplificazione che tende a dividere in maniera netta tra buoni e cattivi, quando invece la realtà è sempre più complessa, fatta di sfumature. E il rischio di commettere reati appartiene a tutti, non soltanto ad alcuni.

Grazie a Ristretti Orizzonti e alla direzione del carcere di Padova per questi momenti di approfondimento e di riflessione che ogni anno continuano ad offrirci.

Una risposta a "Dal carcere di Padova un esempio che fa riflettere"

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  1. Avrei voluto esserci al convegno del 18 maggio al “2 Palazzi”, ma l’ho saputo tardi.
    Lascio una massima su questo delicato argomento:

    “Mi sono seduto nel posto di chi ha torto, perchè tutti gli altri erano già occupati”-
    – Bertold Brecht.

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