Pena come riabilitazione, non per vendetta

Sollecitano alcune riflessioni le tante, troppe polemiche, attorno alla concessione della semilibertà a Doina Mattei, misura ora sospesa a causa di alcune foto postate su Facebook dalla trentenne romena condannata per aver ucciso nel 2007  una ragazza nella metropolitana di Roma (omicidio preterintenzionale, dunque non voluto) :

  • fermo restando il dovuto rispetto per le vittime, lo Stato amministra la giustizia secondo quanto previsto dalla legge, e non in base alle aspettative di chi ha subìto un torto. Tanto meno può e deve farsi condizionare dall’onda emotiva dell’opinione pubblica, dei social network;
  • anche chi si è macchiato di orrendi delitti, merita di essere trattato con dignità e rispetto: questo differenzia uno stato di diritto da una società di selvaggi;
  • la pena inflitta a chi viene riconosciuto colpevole di un reato non ha, per la nostra Costituzione, finalità di vendetta, ma deve tendere alla rieducazione (articolo 27). In questo quadro vanno inserite tutte le pene alternative che non costituiscono “regali” ai condannati, né significano una debolezza dello Stato o una “cancellazione” della sanzione. Al contrario sono il segno di uno Stato forte, che sa “perdonare” e soprattutto concedere un’altra possibilità, guardando avanti, e pensando al bene della società;
  • per consentire che un detenuto, destinato prima o poi ad uscire dal carcere, possa reinserirsi senza continuare a costituire un pericolo, è necessario iniziare un percorso fin dal periodo di detenzione. Solo così il condannato ha la possibilità di costruirsi un’alternativa, un lavoro, un futuro. Se ci riesce, per lo Stato è un doppio successo: avrà recuperato una persona ed “eliminato” un pericolo per gli altri. Le statistiche dicono che la stragrande maggioranza dei condannati avviati a percorsi di riabilitazione in carcere poi non delinquono più. Insomma, è una scommessa che vale la pena di fare;
  • se un detenuto ammesso a pene alternative sbaglia è giusto che paghi. Ma una cosa è tornare ad uccidere, a rapinare. Un’altra è mettere alcune foto su Facebook, probabilmente per ingenuità, forse per la felicità di intravvedere una fine al tunnel del carcere. Foto per sicuramente inopportune, ma non offensive. Non certamente nelle intenzioni. La sanzione dovrà essere dunque proporzionata all’errore;
  • una società che non sia aperta al recupero, che non offra possibilità di reinserimento, che non sia disposta al dialogo, anche con chi ha sbagliato, non ha futuro. Chi chiede di gettare la chiave della cella non capisce che non solo non risolve i problemi, ma neppure li affronta, e con ciò peggiora le cose. Fa finta di non sapere, di non capire, che tutti possono sbagliare: le carceri sono piene di persone che credevano di far parte della categoria dei “buoni” e che per una fatalità della vita sono passati dall’altra parte. Ma soprattutto fa finta di non sapere, di non capire, che chiusura, l’odio, i muri creano soltanto altro odio e violenza. Quando si può (e talvolta si può) bisogna avere la forza, l’intelligenza, di guardare più avanti.

4 risposte a "Pena come riabilitazione, non per vendetta"

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