Racconti /Arthur

di Nicolò Polesello*

Il paese bruciava.
Briciole di case annerite seguivano i mulinelli d’aria calda roteando verso il cielo in una danza vorticosa e monotona.
Martellavano le campane impazzite come fosse ancora il tempo dell’allarme.
E si passavano catene di secchi e pentole, partendo dal pozzo sino ai focolai più remoti di quel rumoroso inferno, mentre l’odore denso e pesante del fumo si sparpagliava nel tramonto di terracotta.
Non c’erano animali in quel paese, così come non c’erano alberi, né panchine, né automobili solo case di pietra liscia e bianca la cui pelle bruciata si staccava in fragili scaglie che precipitavano a terra in uno sbuffo di cenere.
Seduto sul portico della mia dimora intatta battevo svogliatamente le mani e a ogni battito altre case prendevano fuoco una dopo l’altra.

Mi svegliai per il suono di una lontana sirena di passaggio. Il letto era impregnato dall’odore del sonno e dell’umidità della piccola stanza.
C’era luce fuori e, intorno, il silenzio sciocco di quella casa vuota.
L’acqua sul comodino mi restituì il sapore della polvere e dei tubi di ferro.
Il primo pensiero fu per le notifiche del telefono, il secondo per la mancanza di un messaggio.
Il tutto mi confinò in quella sensazione di inutilità statica, quel fastidio interiore di non essere nei pensieri di nessuno o meglio di qualcuno.
Perché alla base di questo racconto, come di tutte le storie che ci fanno parlare, c’era l’amore o meglio la sua mancanza.
Purtroppo non era l’unica cosa a mancare in quel periodo: il vaso dei biscotti era pieno di biscotti immangiabili e il frigo era vuoto.
Mentre il fuoco arroventava la moka compiendo la magia oscura del caffè, ripensai al sogno dell’incendio.
Il telefono ringhiò facendo tremare il tavolino.
Si ero pronto.
No, non conoscevo l’agenzia di cui la signorina Katia era rappresentante.
Si, ero effettivamente all’oscuro delle dinamiche del trading online.
No, non mi interessava.
Si, capivo che avrei potuto guadagnare facilmente con il minimo sforzo grazie al loro aiuto.
Ma non mi interessava.
No, non avrei voluto un tutor che mi seguisse ventiquattro ore su ventiquattro.
E non mi interessava.
Mi interessava piuttosto sapere cosa spingesse quella signora dal marcato accento dell’est a occupare la sua vita telefonando ad estranei mentre facevano il caffè.
Ma non glielo chiesi.
Avevo le risposte che mi servivano.
La prima: non mi attraeva l’idea di usare il mio poco denaro per funambolici investimenti a basso rischio.
La seconda: la miseria.
La miseria non soltanto spingeva a trovare allettanti questi investimenti a basso rischio ma portava molti di noi a fare lavori privi di qualsiasi soddisfazione o prospettiva con l’unica speranza che fossero una fase passeggera.
Posai il telefono sul tavolo lasciando che la signorina Katia spiegasse al vaso dei biscotti i fantastici benefici derivanti dalla firma del contratto e me ne andai per qualche minuto alle Hawaii grazie alla cartolina appesa al frigorifero.
Ovunque, forse anche nelle lontane isole del Pacifico, stavamo attraversando la miseria, disuniti e con le scarpe slacciate, ad ogni passo più lontani dalla nostra vera natura: quella di essere e fare cose belle.
Mancano le possibilità, ci dicevano.
Mancano i mezzi, i fondi, i soldi, c’è la crisi, l’esubero, l’apprendistato, lo stage, il sacrificio, il compromesso… I giovani si adattano. L’amore trionfa sempre. Le guerre sono distanti. Fumare non fa poi così male. I politici si sacrificano per il paese. Io sono felice, tu sei felice, ogni cosa andrà bene.
Quando mi accorsi che l’ombra della palma in basso a sinistra era stata clonata con un programma di fotoritocco le Hawaii si dissolsero davanti ai miei occhi.
Il telefono si era spento, Katia aveva rinunciato alla sua battaglia ideologica e il lago marrone sui fornelli mi suggeriva che forse era meglio rifare il caffè.

  • Attore, drammaturgo e scrittore veneziano

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